I segreti sanguinosi della ricca provincia italiana in un giallo-thriller anni 70.
Una giovane studentessa viene uccisa in un parco di Bergamo. Alcuni testimoni hanno visto un uomo fuggire, dopo una breve indagine viene incarcerato il giornalista televisivo Alessandro Marchi. Le prove contro l'uomo sono schiaccianti ma i conti non tornano quando nuovi omicidi, con le stesse modalità, riportano la città nel terrore.
il titolo "zoologico" ispirato ai freschi successi di Dario Argento ("L'uccello dalle piume di cristallo") può portare su una strada sbagliata, il film rientra sempre nel filone giallo-thriller ma rifugge la spettacolarità degli omicidi, che sono pure ridotti al minimo, per concentrarsi sulla tensione psicologica a indagare uno spaccato di provincia corrotto e ipocrita. Niente dettagli sanguinolenti o assassini con guanti neri, al loro posto la ricostruzione dell'omicidio di una ragazzina 17enne, la bella Carole André ("Il Mondo di Yor"), sino agli strascichi processuali con intere sequenze ambientate nella aule di un tribunale. Può sembrare, detto cosi, un film noioso ma non lo é mai per il continuo spostamento delle prospettive e cambi di marcia, alla fine si può dire che non esiste un protagonista principale, tutti ruotano intorno al delitto di una povera fanciulla.
Curiosa l'inquadratura iniziale ritagliata a forma di farfalla ma le ali insanguinate del titolo sono facilmente riconoscibili in un altro punto del film, nessuna rivelazione clamorosa, anche qui le attese possono risultare deluse, la vicenda ha il suo sviluppo centrale in quel di Bergamo (alta) ma vi sono inoltre numerose scene ambientate nel centro di Milano, per chi é pratico dei luoghi non é cosi semplice riconoscerli per i repentini stacchi, forse anche per questo si vedono le insolite inquadrature rivolte alle targhe delle vie (?). La polizia brancola nel buio e se la prende comoda, si ripetono divertenti i siparietti dell'ispettore interpretato da Silvano Tranquilli che rifiuta sempre il caffè preparato dall'aiutante perché mai di suo gradimento, mentre l'attenzione si concentra su una famiglia benestante che la vittima frequentava prima di morire.
Helmut Berger interpreta Giorgio, un ragazzo solitario che vive una tormentata storia d'amore con l'amica della ragazza morta, anch'egli era nei pressi dell'omicidio quando scorge un uomo (Giancarlo Sbragia) in impermeabile e cappello fuggire. Lo stesso che anche altri testimoni vedono nel parco, poco dopo il ritrovamento del cadavere, bella questa scena con il coinvolgimento di alcuni bambini che stanno giocando a nascondino sotto la pioggia. La regia é di Duccio Tessari, al secondo thriller dopo "La morte risale a ieri sera", grande regista di western ("Una pistola per Ringo") e di polizieschi crepuscolari ("Tony Arzenta"), per una carriera che ha attraversato le migliori stagioni del cinema di genere italiano.
La colonna sonora vive delle vampate improvvise di un classico di Tchaikovsky sino alle partiture originali di Gianni Ferio, colpisce anche il ricorso, per i tempi, alle indagini della polizia scientifica per mezzo di speciali macchinari e perizie tecniche, da questo punto di vista appaiono con glaciale realismo gli scatti del cadavere mostrati a inizio pellicola. La ricostruzione dei delitti procede, tra testimonianze e flash-back, con un incedere geometrico che all'improvviso si sfalda in un finale forse frettoloso, quasi irrazionale rispetto al resto del film. Film dalla struttura labirintica che può risultare spiazzante, nel ruolo di una borghese madre di famiglia la bella Ida Galli che, udite-udite, concede anche una breve sequenza di nudo con l'amante avvocato interpretato da Gunther Stoll. Un film thriller anomalo che divide di solito gli appassionati del genere.
paese:Italia
Rating:7/10
Dead Inside
..damn this place to die!
venerdì 16 marzo 2012
martedì 13 marzo 2012
Autostop Rosso Sangue (1977)
Un violento thriller (italiano) sulle strade della California.
Walter e Eve sono una coppia sull'orlo di una crisi di nervi, nemmeno la vacanza in roulotte sembra placare la tensione negativa. La colpa in gran parte é di Walter per i suoi metodi violenti e prepotenti. Lungo la strada Eve insiste nel dare un passaggio a un uomo rimasto in panne, la vacanza prende una piega tragica visto che l'ospite é un criminale psicopatico.
Attenzione a non farsi ingannare dal nome di Pasquale Festa Campanile alla regia, questo "Autostop Rosso Sangue" é cinico e violento come pochi, lontano dalle commedie con le quali il regista é noto ai più e che tutti, più o meno, conoscono come i film con Pozzetto ("Culo e camicia", "Nessuno é perfetto", ecc.). Il film si inserisce nel filone "rape & revenge" ma assurge a thriller on the road per via della coppia protagonista che si sposta con una roulotte lungo le strade della California che, onore alla produzione, é completamente ricostruita in maniera egregia in Abruzzo (!). Dei grandi, ai tempi in Italia tutto era possibile o quasi. Il cast tradisce solo in parte l'origine nostrana con la presenza del celebre Franco Nero, baffuto e ottimo nella parte del rude compagno di Eve che ha invece le fattezze sexy di Corrine Clery, all'epoca era all'apice della carriera, poco dopo il film scandalo "Historie d'O" (1975) e poco prima di essere una bond-girl in "Moonraker Operazione Spazio" (1979).
Il film é tuttora ardito per violenza e allusioni (sessuali), la Clery viene abusata dagli uomini che incontra a partire dal marito Walter Mancini, in seguito viene assediata in continuazione sino alle estreme conseguenze. Ci sono sparatorie con dettagli splatter, scene di nudo integrali con al centro la povera Eve sballottata e palpata, la tensione é sempre costante e dovuta, per buona parte, alla presenza del personaggio malato Adam di David Hess, doppiato con efficacia da Ferruccio Amendola, che riprende la vena schizzoide dell'eroe del male Krug Stillo, interpretato nel mitico "L'ultima casa a sinistra" (1972). Colonna sonora di Ennio Morricone agro-dolce e acustica, una ballata quasi beffarda per un'avventura che trasuda violenza, incomprensione e malvagità sin dai primi notevoli istanti, con Walter che con fare ambiguo scruta la compagna incurante dalla lente di un mirino di precisione.
Il sesso appare deviato, brutale e usato come un'arma ricattatoria, a farne le spese Eve che avrà il suo "momento di gloria" in una scena clou, completamente nuda di notte nei pressi della roulotte sperduta in una zona impervia. La regia é ottima, ben ritmata e attenta nelle scene all'interno della vettura dei Mancini che diviene presto una prigione su quattro ruote. I dialoghi sono sufficientemente divertenti, anche ironici, accompagnati da sarcasmo e interrotti da notevoli sequenze action. La sceneggiatura frizzante prevede anche un inseguimento ispirato al "Duel" di Spielberg, con camion-sperona compreso. I principali protagonisti sono la coppia dei Mancini e il temerario Adam, lungo la strada si parano altri comprimari che non mancano di creare nuove situazioni di sangue e violenza.
Scene insistite di stupro che possono ricordare un altro classico, il "Cane di Paglia" di Peckinpah, se possibile ancora più sadiche e disinibite, il lungo contro-finale sembra un'esagerazione per il rocambolesco colpo di scena ma invece convince per la vena di follia che attraversa tutti i personaggi. Non dello stesso avviso alcuni distributori all'estero che all'epoca lo tagliarono perché giudicato troppo spiazzante e insensibile. Poco ricordato e visto, l'ennesimo gioiellino del cinema italiano di genere anni 70. In memoria di David Hess, l'attore é morto di recente: il 7 ottobre 2011.
paese:Italia
Rating:7/10
Walter e Eve sono una coppia sull'orlo di una crisi di nervi, nemmeno la vacanza in roulotte sembra placare la tensione negativa. La colpa in gran parte é di Walter per i suoi metodi violenti e prepotenti. Lungo la strada Eve insiste nel dare un passaggio a un uomo rimasto in panne, la vacanza prende una piega tragica visto che l'ospite é un criminale psicopatico.
Attenzione a non farsi ingannare dal nome di Pasquale Festa Campanile alla regia, questo "Autostop Rosso Sangue" é cinico e violento come pochi, lontano dalle commedie con le quali il regista é noto ai più e che tutti, più o meno, conoscono come i film con Pozzetto ("Culo e camicia", "Nessuno é perfetto", ecc.). Il film si inserisce nel filone "rape & revenge" ma assurge a thriller on the road per via della coppia protagonista che si sposta con una roulotte lungo le strade della California che, onore alla produzione, é completamente ricostruita in maniera egregia in Abruzzo (!). Dei grandi, ai tempi in Italia tutto era possibile o quasi. Il cast tradisce solo in parte l'origine nostrana con la presenza del celebre Franco Nero, baffuto e ottimo nella parte del rude compagno di Eve che ha invece le fattezze sexy di Corrine Clery, all'epoca era all'apice della carriera, poco dopo il film scandalo "Historie d'O" (1975) e poco prima di essere una bond-girl in "Moonraker Operazione Spazio" (1979).
Il film é tuttora ardito per violenza e allusioni (sessuali), la Clery viene abusata dagli uomini che incontra a partire dal marito Walter Mancini, in seguito viene assediata in continuazione sino alle estreme conseguenze. Ci sono sparatorie con dettagli splatter, scene di nudo integrali con al centro la povera Eve sballottata e palpata, la tensione é sempre costante e dovuta, per buona parte, alla presenza del personaggio malato Adam di David Hess, doppiato con efficacia da Ferruccio Amendola, che riprende la vena schizzoide dell'eroe del male Krug Stillo, interpretato nel mitico "L'ultima casa a sinistra" (1972). Colonna sonora di Ennio Morricone agro-dolce e acustica, una ballata quasi beffarda per un'avventura che trasuda violenza, incomprensione e malvagità sin dai primi notevoli istanti, con Walter che con fare ambiguo scruta la compagna incurante dalla lente di un mirino di precisione.
Il sesso appare deviato, brutale e usato come un'arma ricattatoria, a farne le spese Eve che avrà il suo "momento di gloria" in una scena clou, completamente nuda di notte nei pressi della roulotte sperduta in una zona impervia. La regia é ottima, ben ritmata e attenta nelle scene all'interno della vettura dei Mancini che diviene presto una prigione su quattro ruote. I dialoghi sono sufficientemente divertenti, anche ironici, accompagnati da sarcasmo e interrotti da notevoli sequenze action. La sceneggiatura frizzante prevede anche un inseguimento ispirato al "Duel" di Spielberg, con camion-sperona compreso. I principali protagonisti sono la coppia dei Mancini e il temerario Adam, lungo la strada si parano altri comprimari che non mancano di creare nuove situazioni di sangue e violenza.
Scene insistite di stupro che possono ricordare un altro classico, il "Cane di Paglia" di Peckinpah, se possibile ancora più sadiche e disinibite, il lungo contro-finale sembra un'esagerazione per il rocambolesco colpo di scena ma invece convince per la vena di follia che attraversa tutti i personaggi. Non dello stesso avviso alcuni distributori all'estero che all'epoca lo tagliarono perché giudicato troppo spiazzante e insensibile. Poco ricordato e visto, l'ennesimo gioiellino del cinema italiano di genere anni 70. In memoria di David Hess, l'attore é morto di recente: il 7 ottobre 2011.
paese:Italia
Rating:7/10
sabato 10 marzo 2012
Samurai Ayothaya (2010)
L'avventura di un guerriero samurai nell'antico Siam.
Il giapponese Yamada é tradito dalla sua gente e raccolto ferito da alcuni guerrieri siamesi. Yamada si riprende dopo le amorevoli cure di una ragazza e gli insegnamenti di un maestro di arti marziali, l'uomo che forgia le guardie del corpo reali. Yamada entra a fare parte di una nuova cultura, si sente parte di un popolo considerato straniero, ora deve chiudere i conti con il passato e i traditori che lo volevano morto.
Film thai che segue le orme di "Ong Bak 2", il sottovalutato mix-martial art movie con Tony Jaa, e il più noto "Ninja Assassin", insomma niente di nuovo nella commistione di scuole marziali differenti ma abbastanza da suscitare una certa curiosità negli appassionati. In poche parole "Samurai Ayothaya" propone le acrobazie del recente cinema thai con la marzialità solenne e classica proveniente dal Giappone. A incarnare questa attitudine é il protagonista Yamada Nagasama, il personaggio ricalcato molto liberamente a un vero avventuriero giapponese giunto ai tempi nelle terre del Siam. Il film propone dei buoni combattimenti, alcuni ripetitivi, e delle scenografie suggestive risaltate da una fotografia leccata, da cartolina turistica. I titoli di testa stilizzati comic book seguono il trend ormai in voga nel filone action, si tratta del film d'esordio per lo sconosciuto regista Nopporn Vatin.
A soli 70 km dall'attuale metropoli Bangkok si trova l'antica città di Ayutthaya, la Ayothaya del titolo internazionale del film, un insediamento che nel passato ha conosciuto splendori commerciali e culturali ora ridotto a rovine visitate da turisti. Antichi resti pregni ancora di fascino e attrazione, gli stessi che il film utilizza per le notevoli scenografie con statue di Budda e colonnati. Il protagonista é interpretato da Seigi Ozeki, un carneade di origini nipponiche, discreta presenza ma poco altro, si muove bene ma difetta di carisma e non dona lo spessore necessario al personaggio. La storia procede per inerzia e prevede la sventura del protagonista tradito dai suoi consanguinei e il passaggio alla fazione dei guerrieri siamesi i quali girano mezzi nudi, baffuti e con strane pettinature, tipo rockabilly, che in realtà si ispirano ai veri guerrieri dell'epoca. I primi colpi di thai boxe non si fanno attendere, visto che l'eroe capita nei pressi dell'arena in cui vengono selezionate le guardie reali, a suon di gomitate e ginocchiate. Chi é in cerca di picchia(duro) con gente tramortita e sangue può dirsi di trovarsi al posto giusto.
La presenza dei cattivoni giapponesi mascherati come ninja non può fare altro che solleticare l'attesa, che viene parzialmente delusa, troppo veloci e risolti con facilità gli scontri che li vedono protagonisti. Si preferisce insistere sugli intermezzi di Yamada che viene curato da una bella fanciulla, guarda caso quando questo tipo di eroi si risvegliano da una brutta aggressione si ritrovano nelle mani di una ragazza (vai a capire), lui ricambia con sguardi dolci, e basta. Siccome siamo in un film thai arriva immancabile la scena con gli elefanti, probabilmente c'è scritto nei contratti nelle prime clausole (puoi fare il film solo se mi fai vedere almeno due elefanti che si immergono nel fiume). Colonna sonora da zuccherificio, con Yamada che suona il flauto ogni 10 minuti, c'è il rischio di addormentarsi ma per fortuna le mazzate di ultra-violenza emergono a intermittenza.
Yamada, come é facile immaginare, apprende la tecnica marziale siamese grazie agli insegnamenti di un maestro, interpretato dal veterano Chatree Sorapong (Ong Bak 2) e alla pratica di un formidabile guerriero che lo massacra per bene al fine di forgiarlo. La scena più divertente e spettacolare é lo scontro intercorso tra le guardie reali, tra cui Yamada, e un'orda di briganti selvaggi nel mezzo di una foresta: una prolungata carneficina con dettagli splatter in computer grafica piena di colpi thai boxe e fendenti di lama che squarciano e affettano innumerevoli malcapitati. Il finale, prevedibile, é un altro momento non del tutto riuscito e lascia perplessi come l'intero film, interessante, con buoni combattimenti marziali ma incerto e con scarsa personalità. Da visionare ma con riserva. Conosciuto anche con il titolo "Yamada -Way of The Samurai".
Tit.originale:"Samurai Ayothaya"
paese:Tailandia
Rating:6/10
Il giapponese Yamada é tradito dalla sua gente e raccolto ferito da alcuni guerrieri siamesi. Yamada si riprende dopo le amorevoli cure di una ragazza e gli insegnamenti di un maestro di arti marziali, l'uomo che forgia le guardie del corpo reali. Yamada entra a fare parte di una nuova cultura, si sente parte di un popolo considerato straniero, ora deve chiudere i conti con il passato e i traditori che lo volevano morto.
Film thai che segue le orme di "Ong Bak 2", il sottovalutato mix-martial art movie con Tony Jaa, e il più noto "Ninja Assassin", insomma niente di nuovo nella commistione di scuole marziali differenti ma abbastanza da suscitare una certa curiosità negli appassionati. In poche parole "Samurai Ayothaya" propone le acrobazie del recente cinema thai con la marzialità solenne e classica proveniente dal Giappone. A incarnare questa attitudine é il protagonista Yamada Nagasama, il personaggio ricalcato molto liberamente a un vero avventuriero giapponese giunto ai tempi nelle terre del Siam. Il film propone dei buoni combattimenti, alcuni ripetitivi, e delle scenografie suggestive risaltate da una fotografia leccata, da cartolina turistica. I titoli di testa stilizzati comic book seguono il trend ormai in voga nel filone action, si tratta del film d'esordio per lo sconosciuto regista Nopporn Vatin.
A soli 70 km dall'attuale metropoli Bangkok si trova l'antica città di Ayutthaya, la Ayothaya del titolo internazionale del film, un insediamento che nel passato ha conosciuto splendori commerciali e culturali ora ridotto a rovine visitate da turisti. Antichi resti pregni ancora di fascino e attrazione, gli stessi che il film utilizza per le notevoli scenografie con statue di Budda e colonnati. Il protagonista é interpretato da Seigi Ozeki, un carneade di origini nipponiche, discreta presenza ma poco altro, si muove bene ma difetta di carisma e non dona lo spessore necessario al personaggio. La storia procede per inerzia e prevede la sventura del protagonista tradito dai suoi consanguinei e il passaggio alla fazione dei guerrieri siamesi i quali girano mezzi nudi, baffuti e con strane pettinature, tipo rockabilly, che in realtà si ispirano ai veri guerrieri dell'epoca. I primi colpi di thai boxe non si fanno attendere, visto che l'eroe capita nei pressi dell'arena in cui vengono selezionate le guardie reali, a suon di gomitate e ginocchiate. Chi é in cerca di picchia(duro) con gente tramortita e sangue può dirsi di trovarsi al posto giusto.
La presenza dei cattivoni giapponesi mascherati come ninja non può fare altro che solleticare l'attesa, che viene parzialmente delusa, troppo veloci e risolti con facilità gli scontri che li vedono protagonisti. Si preferisce insistere sugli intermezzi di Yamada che viene curato da una bella fanciulla, guarda caso quando questo tipo di eroi si risvegliano da una brutta aggressione si ritrovano nelle mani di una ragazza (vai a capire), lui ricambia con sguardi dolci, e basta. Siccome siamo in un film thai arriva immancabile la scena con gli elefanti, probabilmente c'è scritto nei contratti nelle prime clausole (puoi fare il film solo se mi fai vedere almeno due elefanti che si immergono nel fiume). Colonna sonora da zuccherificio, con Yamada che suona il flauto ogni 10 minuti, c'è il rischio di addormentarsi ma per fortuna le mazzate di ultra-violenza emergono a intermittenza.
Yamada, come é facile immaginare, apprende la tecnica marziale siamese grazie agli insegnamenti di un maestro, interpretato dal veterano Chatree Sorapong (Ong Bak 2) e alla pratica di un formidabile guerriero che lo massacra per bene al fine di forgiarlo. La scena più divertente e spettacolare é lo scontro intercorso tra le guardie reali, tra cui Yamada, e un'orda di briganti selvaggi nel mezzo di una foresta: una prolungata carneficina con dettagli splatter in computer grafica piena di colpi thai boxe e fendenti di lama che squarciano e affettano innumerevoli malcapitati. Il finale, prevedibile, é un altro momento non del tutto riuscito e lascia perplessi come l'intero film, interessante, con buoni combattimenti marziali ma incerto e con scarsa personalità. Da visionare ma con riserva. Conosciuto anche con il titolo "Yamada -Way of The Samurai".
Tit.originale:"Samurai Ayothaya"
paese:Tailandia
Rating:6/10
giovedì 8 marzo 2012
Quando i Mondi Si Scontrano (1951)
Fantascienza catastrofica per un classico anni 50.
Alcuni studiosi si rivolgono alle Nazioni Unite per rivelare una terribile previsione: due pianeti sono in rotta di collisione con la Terra, sarà la fine per l'umanità. Non creduti dalle autorità gli uomini guidati dal Dr. Hendron iniziano a costruire un'astronave per raggiungere il primo pianeta, Zyra, che sfilerà vicino alla Terra e provvisto di un'atmosfera ideale per iniziare una nuova vita. I posti disponibili sull'astronave sono solo poche decine e formare l'equipaggio non sarà cosa facile per il Dr. Hendron.
Sensazioni come la fine del mondo e le distruzioni totali nei primi anni 50 erano palpabili e giustificate, in gran parte, dall'inizio della guerra fredda. Uno dei migliori film dello strepitoso filone fantascientifico di quel periodo é "Quando i mondi si scontrano", un catastrofico ancora attuale e caratterizzato da un senso dello spettacolo in grande stile. Il film é una produzione George Pal, come il successivo e storico "La Guerra dei Mondi", una garanzia di pellicole ricche e impegnative per sforzi finanziari ma anche caratterizzate da messaggi religiosi (neo-cristiani) neanche tanto velati. Si inizia con una citazione biblica mentre la vicenda riprende la leggenda dell'Arca di Noé, la salvezza per l'umanità é rappresentata da un'astronave che alcuni volenterosi devono costruire nel giro di otto mesi, il tempo che li divide dall'impatto finale con il pianeta Bellus. Non é difficile intuire come il recente "2012" di Emmerich riprenda per intero i punti salienti di "Quando i mondi si scontrano" con variazioni minime, si può dire a distanza di oltre 60 anni che la pellicola diretta da Rudolph Maté é molto più bella e preferibile (!).
Il film trasmette il dramma attraverso una serie di personaggi presentati con eleganza e ironia, l'eroe per caso David Randall (Richard Derr) é uno spericolato pilota dongiovanni, fantastica la sequenza che lo vede impegnato con una signorina nel corso di un atterraggio, l'uomo si prende la briga di trasferire importanti comunicazioni al Dr. Hendron. Randall entra nelle grazie della figlia del professore, la bella Joyce (Barbara Rush), per lui manda in crisi il ventilato matrimonio con il fidanzato Tony Drake (Peter Hansen). La diatriba sentimentale non é affatto banale e ben inserita nel contesto di dramma imminente, si intensifica invece l'attaccamento per i protagonisti. Il film é un variegato sguardo sulla stupidità umana e arroganza, con difficoltà emergono personaggi positivi, a riprova si nota il cinico Sydney Stanton di John Hoyt, un ricco magnate in carrozzella che finanzia la costruzione dell'astronave solo per salvare la pelle. Il velivolo in questione é un razzo affusolato tipico di quegli anni, con la particolarità di essere posizionato su una rampa che prevede una curvatura vertiginosa adatta a produrre lo slancio verso lo spazio.
L'impatto di Bellus é preceduto dal passaggio del suo satellite Zyra, un evento che provoca sulla terra maremoti ed eruzioni improvvise, lo sforzo tecnico che riproduce questi fenomeni é talmente riuscito e memorabile da avere raggiunto il riconoscimento del premio Oscar per gli effetti speciali. In particolare le sequenze che riguardano gli tsunami sono devastanti e realistiche, cosi come vedere i grattacieli di New York aggrediti dalla forza delle acque inarrestabili. Anche le scenografie della base in cui viene costruita l'astronave sono ben proporzionate e di alto livello, per avere un riscontro simile in quegli anni bisogna nominare "Il Pianeta Proibito", un altro classico della fantascienza. Le scene catastrofiche presentano anche alcune suggestive perlustrazioni con un elicottero che sorvola territori inondati e si prodiga in salvataggi davvero arditi e girati, questa volta, senza effetti speciali.
Ultima parte molto drammatica, con la scelta dell'equipaggio della nave, seguono sacrifici e scelte dolorose, e frasi vere, spesso banalizzate, che pesano come macigni "il futuro non é per noi ma per i giovani". Si era parlato di un possibile remake, si consiglia di ripescare invece questa opera originale che non sente il passare degli anni. Anche l'ingenuo (se visto oggi) fondale-trasferello che si intravede nel finale é a suo modo poetico e ben inserito. Si tratta di fantascienza pura ma dalle pulsioni inquietanti, radicate nella paura collettiva, non é una possibilità remota quella di subire l'impatto di un corpo celeste: nel 2040 é prevista una possibile collisione con un grosso asteroide. C'è tutto il tempo per costruire un'astronave e fuggire, il problema é che i posti sono e saranno sempre limitati. Grande film di fantascienza in Technicolor. Da non mancare assolutamente.
Tit.originale:"When Worlds Collide"
paese:U.S.A.
Rating:8/10
Alcuni studiosi si rivolgono alle Nazioni Unite per rivelare una terribile previsione: due pianeti sono in rotta di collisione con la Terra, sarà la fine per l'umanità. Non creduti dalle autorità gli uomini guidati dal Dr. Hendron iniziano a costruire un'astronave per raggiungere il primo pianeta, Zyra, che sfilerà vicino alla Terra e provvisto di un'atmosfera ideale per iniziare una nuova vita. I posti disponibili sull'astronave sono solo poche decine e formare l'equipaggio non sarà cosa facile per il Dr. Hendron.
Sensazioni come la fine del mondo e le distruzioni totali nei primi anni 50 erano palpabili e giustificate, in gran parte, dall'inizio della guerra fredda. Uno dei migliori film dello strepitoso filone fantascientifico di quel periodo é "Quando i mondi si scontrano", un catastrofico ancora attuale e caratterizzato da un senso dello spettacolo in grande stile. Il film é una produzione George Pal, come il successivo e storico "La Guerra dei Mondi", una garanzia di pellicole ricche e impegnative per sforzi finanziari ma anche caratterizzate da messaggi religiosi (neo-cristiani) neanche tanto velati. Si inizia con una citazione biblica mentre la vicenda riprende la leggenda dell'Arca di Noé, la salvezza per l'umanità é rappresentata da un'astronave che alcuni volenterosi devono costruire nel giro di otto mesi, il tempo che li divide dall'impatto finale con il pianeta Bellus. Non é difficile intuire come il recente "2012" di Emmerich riprenda per intero i punti salienti di "Quando i mondi si scontrano" con variazioni minime, si può dire a distanza di oltre 60 anni che la pellicola diretta da Rudolph Maté é molto più bella e preferibile (!).
Il film trasmette il dramma attraverso una serie di personaggi presentati con eleganza e ironia, l'eroe per caso David Randall (Richard Derr) é uno spericolato pilota dongiovanni, fantastica la sequenza che lo vede impegnato con una signorina nel corso di un atterraggio, l'uomo si prende la briga di trasferire importanti comunicazioni al Dr. Hendron. Randall entra nelle grazie della figlia del professore, la bella Joyce (Barbara Rush), per lui manda in crisi il ventilato matrimonio con il fidanzato Tony Drake (Peter Hansen). La diatriba sentimentale non é affatto banale e ben inserita nel contesto di dramma imminente, si intensifica invece l'attaccamento per i protagonisti. Il film é un variegato sguardo sulla stupidità umana e arroganza, con difficoltà emergono personaggi positivi, a riprova si nota il cinico Sydney Stanton di John Hoyt, un ricco magnate in carrozzella che finanzia la costruzione dell'astronave solo per salvare la pelle. Il velivolo in questione é un razzo affusolato tipico di quegli anni, con la particolarità di essere posizionato su una rampa che prevede una curvatura vertiginosa adatta a produrre lo slancio verso lo spazio.
L'impatto di Bellus é preceduto dal passaggio del suo satellite Zyra, un evento che provoca sulla terra maremoti ed eruzioni improvvise, lo sforzo tecnico che riproduce questi fenomeni é talmente riuscito e memorabile da avere raggiunto il riconoscimento del premio Oscar per gli effetti speciali. In particolare le sequenze che riguardano gli tsunami sono devastanti e realistiche, cosi come vedere i grattacieli di New York aggrediti dalla forza delle acque inarrestabili. Anche le scenografie della base in cui viene costruita l'astronave sono ben proporzionate e di alto livello, per avere un riscontro simile in quegli anni bisogna nominare "Il Pianeta Proibito", un altro classico della fantascienza. Le scene catastrofiche presentano anche alcune suggestive perlustrazioni con un elicottero che sorvola territori inondati e si prodiga in salvataggi davvero arditi e girati, questa volta, senza effetti speciali.
Ultima parte molto drammatica, con la scelta dell'equipaggio della nave, seguono sacrifici e scelte dolorose, e frasi vere, spesso banalizzate, che pesano come macigni "il futuro non é per noi ma per i giovani". Si era parlato di un possibile remake, si consiglia di ripescare invece questa opera originale che non sente il passare degli anni. Anche l'ingenuo (se visto oggi) fondale-trasferello che si intravede nel finale é a suo modo poetico e ben inserito. Si tratta di fantascienza pura ma dalle pulsioni inquietanti, radicate nella paura collettiva, non é una possibilità remota quella di subire l'impatto di un corpo celeste: nel 2040 é prevista una possibile collisione con un grosso asteroide. C'è tutto il tempo per costruire un'astronave e fuggire, il problema é che i posti sono e saranno sempre limitati. Grande film di fantascienza in Technicolor. Da non mancare assolutamente.
Tit.originale:"When Worlds Collide"
paese:U.S.A.
Rating:8/10
domenica 4 marzo 2012
True Legend (2010)
Il ritorno alla regia del celebre martial-art director Yuen Woo Ping.
1861, L'eroico generale Su Can lascia al fratellastro Yuan Lie la nomina di governatore. La vera aspirazione di Su Can é quella di aprire una scuola per insegnare il Wu Shu e vivere con la moglie e il figlio. Yuan però rimugina dentro di sè un odio che esplode qualche tempo dopo, quando giunge per fare visita al fratello, un'occasione per vendicare la morte del padre naturale, ucciso dal padre di Su Can che per sdebitarsi lo accolse come un figlio. Yuan semina la morte, rapisce la moglie e il figlioletto di Su Can che ferito é costretto alla fuga.....
Il ritorno alla regia di Yuen Woo Ping, dopo l'ultimo lavoro diretto (Tai Chi Boxer) nel 1996, é risultato un flop commerciale considerevole, non ha portato benefici il fatto di essere il primo film cinese in 3D, nonché il primo film nel campo delle arti marziali a sfruttare questa tecnica. "True Legend" viene pensato con un'ottica internazionale e caratterizzato da effetti speciali non sempre eccelsi, nonostante il budget importante di 20 milioni di $, si immerge nel passato cinese con una storia che si concentra sulla lotta fratricida, nel vero senso del termine, tra due campioni di kung fu, tra scenari naturali e sterzate in territori fantasy. L'inizio é promettente e riguarda un attacco furtivo di Su Can, insieme ai suoi uomini, in un avamposto sotterraneo nemico per salvare un principe in ostaggio: carrellate hi-tech avvolgenti, scontri violenti, un kung fu di buon livello per coreografie e tecnica, qualche spruzzata di sangue compongono una scena complessa all'interno di una scenografia notevole.
"True Legend" in seguito sembra posizionarsi in binari collaudati, con l'arrivo di una minaccia che funesta la vita del protagonista, la raffigurazione manichea dei personaggi é esemplare: nero-vestiti i cattivi, addirittura il villain Yuan, il pelato Andy On, si é trasformato nel corpo a seguito di una tecnica detta "dei 5 veleni" (che ricorda i "Five Venoms" di Chang Cheh) che lo ha fortificato e provvisto di una pelle-corazza. Yuan é talmente imbevuto di odio da uccidere anche i suoi sotto-posti in ripetute occasioni. In questi primi minuti si possono ammirare alcuni notevoli combattimenti con al centro Su Can che deve vedersela con i luogo- tenenti di Yuan, un uomo e una donna con le armature nere che agiscono in coppia, sino alla prima vera sfida tra i due contendenti principali, in equilibrio sui bordi di una cascata impetuosa. Le coreografie sono affidate al clan Yuen e sono piuttosto vivaci, elaborate e ci ricordano che l'attore Chiu Man Chuk (aka Vincent Zhao)nel ruolo di Su Can é un ottimo artista marziale sin dai tempi di "Fong Sai Yuk" (1993) e "The Blade" (1995).
Nella parte centrale la pellicola comincia a perdere i colpi nonostante l'arrivo di Michelle Yeoh ("La Tigre e il Dragone"), una sorta di eremita delle montagne, l'attrice compare di sfuggita senza entrare mai nel vivo della vicenda, né tanto meno é coinvolta in dimostrazioni marziali. Alcuni splendidi paesaggi naturali, si nota anche la classica sequenza che illustra il passare delle stagioni, si alternano a un'ambientazione fantastica che riproduce in computer grafica una valle dominata da un'enorme statua di un Budda, un luogo che solo Su Can può visitare per incontrare due maestri di arte marziale: un vecchio saggio (il mitico Gordon Liu) che predilige conversare capovolto in equilibrio con la testa poggiata al suolo e un formidabile guerriero (Jay Chou visto anche in "Green Hornet"), detto il Dio del Wu Shu, con il quale il protagonista inizia un duro allenamento di lotta. Il film procede con alcune ripetizioni di troppo, tra fasi di allenamento e allucinazioni del protagonista, per rimandare l'inevitabile confronto con Yuan, inoltre non viene in aiuto la qualità degli effetti speciali, anche troppo posticci, aspetto questo che si riscontra in molte delle produzioni recenti asiatiche.
Alcune deplorevoli scelte di sceneggiatura intaccano "True Legend" in modo serio, tanto che l'ultima abbondante parte appare come una forzatura temeraria, avviene anche un brusco cambio di location, e sembra di stare in un altro film, lungo le direttive di "Fearless" (2006) per intenderci, con l'allestimento di un pittoresco torneo di arti marziali. Yuen Woo Ping poi si ricorda di essere il fautore della "tecnica del kung fu ubriaco" ("Drunken Master", 1978) quindi i protagonisti cominciano a bere e a menare ubriachi colpi di kung fu. Spunta fuori anche David Carradine in uno degli ultimi film prima di morire tragicamente, nei titoli di coda compare una dedica, il suo ruolo é quello di un manigoldo a capo di una masnada di wrestlers, che vengono scagliati sopra un ring circondato da tigri affamate. Parte finale alla "Rocky" con bambini piangenti e pubblico urlante, una conclusione in calando, peccato.
Tit.originale:"True Legend"
paese:Cina
Rating:6/10
1861, L'eroico generale Su Can lascia al fratellastro Yuan Lie la nomina di governatore. La vera aspirazione di Su Can é quella di aprire una scuola per insegnare il Wu Shu e vivere con la moglie e il figlio. Yuan però rimugina dentro di sè un odio che esplode qualche tempo dopo, quando giunge per fare visita al fratello, un'occasione per vendicare la morte del padre naturale, ucciso dal padre di Su Can che per sdebitarsi lo accolse come un figlio. Yuan semina la morte, rapisce la moglie e il figlioletto di Su Can che ferito é costretto alla fuga.....
Il ritorno alla regia di Yuen Woo Ping, dopo l'ultimo lavoro diretto (Tai Chi Boxer) nel 1996, é risultato un flop commerciale considerevole, non ha portato benefici il fatto di essere il primo film cinese in 3D, nonché il primo film nel campo delle arti marziali a sfruttare questa tecnica. "True Legend" viene pensato con un'ottica internazionale e caratterizzato da effetti speciali non sempre eccelsi, nonostante il budget importante di 20 milioni di $, si immerge nel passato cinese con una storia che si concentra sulla lotta fratricida, nel vero senso del termine, tra due campioni di kung fu, tra scenari naturali e sterzate in territori fantasy. L'inizio é promettente e riguarda un attacco furtivo di Su Can, insieme ai suoi uomini, in un avamposto sotterraneo nemico per salvare un principe in ostaggio: carrellate hi-tech avvolgenti, scontri violenti, un kung fu di buon livello per coreografie e tecnica, qualche spruzzata di sangue compongono una scena complessa all'interno di una scenografia notevole.
"True Legend" in seguito sembra posizionarsi in binari collaudati, con l'arrivo di una minaccia che funesta la vita del protagonista, la raffigurazione manichea dei personaggi é esemplare: nero-vestiti i cattivi, addirittura il villain Yuan, il pelato Andy On, si é trasformato nel corpo a seguito di una tecnica detta "dei 5 veleni" (che ricorda i "Five Venoms" di Chang Cheh) che lo ha fortificato e provvisto di una pelle-corazza. Yuan é talmente imbevuto di odio da uccidere anche i suoi sotto-posti in ripetute occasioni. In questi primi minuti si possono ammirare alcuni notevoli combattimenti con al centro Su Can che deve vedersela con i luogo- tenenti di Yuan, un uomo e una donna con le armature nere che agiscono in coppia, sino alla prima vera sfida tra i due contendenti principali, in equilibrio sui bordi di una cascata impetuosa. Le coreografie sono affidate al clan Yuen e sono piuttosto vivaci, elaborate e ci ricordano che l'attore Chiu Man Chuk (aka Vincent Zhao)nel ruolo di Su Can é un ottimo artista marziale sin dai tempi di "Fong Sai Yuk" (1993) e "The Blade" (1995).
Nella parte centrale la pellicola comincia a perdere i colpi nonostante l'arrivo di Michelle Yeoh ("La Tigre e il Dragone"), una sorta di eremita delle montagne, l'attrice compare di sfuggita senza entrare mai nel vivo della vicenda, né tanto meno é coinvolta in dimostrazioni marziali. Alcuni splendidi paesaggi naturali, si nota anche la classica sequenza che illustra il passare delle stagioni, si alternano a un'ambientazione fantastica che riproduce in computer grafica una valle dominata da un'enorme statua di un Budda, un luogo che solo Su Can può visitare per incontrare due maestri di arte marziale: un vecchio saggio (il mitico Gordon Liu) che predilige conversare capovolto in equilibrio con la testa poggiata al suolo e un formidabile guerriero (Jay Chou visto anche in "Green Hornet"), detto il Dio del Wu Shu, con il quale il protagonista inizia un duro allenamento di lotta. Il film procede con alcune ripetizioni di troppo, tra fasi di allenamento e allucinazioni del protagonista, per rimandare l'inevitabile confronto con Yuan, inoltre non viene in aiuto la qualità degli effetti speciali, anche troppo posticci, aspetto questo che si riscontra in molte delle produzioni recenti asiatiche.
Alcune deplorevoli scelte di sceneggiatura intaccano "True Legend" in modo serio, tanto che l'ultima abbondante parte appare come una forzatura temeraria, avviene anche un brusco cambio di location, e sembra di stare in un altro film, lungo le direttive di "Fearless" (2006) per intenderci, con l'allestimento di un pittoresco torneo di arti marziali. Yuen Woo Ping poi si ricorda di essere il fautore della "tecnica del kung fu ubriaco" ("Drunken Master", 1978) quindi i protagonisti cominciano a bere e a menare ubriachi colpi di kung fu. Spunta fuori anche David Carradine in uno degli ultimi film prima di morire tragicamente, nei titoli di coda compare una dedica, il suo ruolo é quello di un manigoldo a capo di una masnada di wrestlers, che vengono scagliati sopra un ring circondato da tigri affamate. Parte finale alla "Rocky" con bambini piangenti e pubblico urlante, una conclusione in calando, peccato.
Tit.originale:"True Legend"
paese:Cina
Rating:6/10
sabato 3 marzo 2012
Last Days Here - Pentagram (mini Special)
Esce oggi in USA il documentario sulla vita di Bobby Liebling, il leader della leggendaria hard-stoner-metal band anni 70 Pentagram
mercoledì 29 febbraio 2012
Kill List (2011)
Un british horror insolito e inquietante.
Jay é fermo al palo da mesi, non lavora e continua a litigare con la moglie Shel, a stemperare la situazione, in brevi momenti, il figlioletto Sam. A casa di Jay ricompare il vecchio collega Gal, erano una bella coppia sino all'incarico di Kiev, ora c'è un nuovo lavoro da compiere, non troppo difficile per loro, si tratta di una lista di persone da uccidere per conto di un misterioso committente...
Film ancora poco conosciuto che ha creato una discreta attenzione per l'insolito connubio tra sensazioni gangster e horror estremo, un buon esempio di cinema europeo duro e tagliente che rimane legato alla tradizione del passato proveniente dall'Inghilterra. La prima mezzora é abbastanza difficoltosa, nel senso che accade poco o nulla, il quadro é quello famigliare di Jay con ripetuti litigi e linguaggio scurrile, che si ripete nel corso del film, sino all'apparire di alcuni segnali inquietanti e bizzarri. "Kill List" é un film che non vuole essere decifrato subito, anche dopo la visione si rimane interdetti, dentro un senso di confusione continuo, uno di quei film incompiuti (impossibile considerarlo un capolavoro) e stranianti. La sensazione che sia sfuggito di mano al regista Ben Weathley é forte, una caratteristica che non significa in questo caso una colpa, semmai un pregio (involontario) e impazzito. Anche cercare di capire su cosa verte veramente "Kill List" é opinabile, si può tentare di assecondare il protagonista ma é impossibile: si scopre presto che Jay, sotto l'apparenza di un normale capo-famiglia, é un folle sanguinario.
Tutti i personaggi sono inquietanti, si pensi alle vittime che ringraziano di essere uccise (!), l'atmosfera é di un immobilismo glaciale e quando arriva il personaggio di Fiona, con quel volto affascinante ma appuntito come una lama, si intuisce qualcosa di sospetto che si traduce nello strano disegno dietro allo specchio del bagno. Jay intanto si mangia i conigli trovati maciullati in giardino dal gatto (?), e altre cose strane di questo tenore. Il montaggio é conciso, a volte le immagini procedono a scatti, mancano delle parti che non vogliono essere raccontate, il "mitico" fattaccio di Kiev, lo strano collega di Jay, Gal, mette in discussione tutto e cambia la piega del film che diventa un gangster-movie ultra-violento, roba da far sembrare il recente "Drive" un film pop (e forse lo é per davvero). Tra Gal e Jay c'è un'amicizia sincera e violenta, la scena della lotta in salotto, sono due killer efferati, dei pazzi incredibili, un rapporto che fa scattare alla mente "La Casa del Diavolo" , anche in quel caso i protagonisti erano dei maniaci, qui però non c'è spazio per i vecchi ricordi (al sangue) come nel film di Zombie ma una fredda serie di omicidi-tortura sempre più estremi.
Teste sfondate con martelli , dita frantumate con la telecamera che non indietreggia nel mostrare le ossa spezzate, corpi maciullati a furia di colpi micidiali, momenti anche brevi ma di un'intensità insolita anche per il genere horror, roba forte. La coppia di killer intanto si immerge in una realtà misteriosa e sinistra, al momento di stipulare il contratto della "kill list" un uomo pretende un tributo di sangue fatto zampillare dalla mano di Jay. Oscurità e interrogativi portano a una ulteriore svolta, la (terza) parte finale di "Kill List" ha fatto scomodare il paragone con il classico "The Wicker Man": per completare la missione l'ambientazione si sposta nel buio di una foresta illuminata dal fuoco di un rito orgiastico pagano, scene dal grande fascino misterico e arcaico. Di recente il sottovalutato "L'ultimo Esorcismo" ha proposto uno scenario simile, con la modalità più frenetica della ripresa in prima persona.
Il finale é anche il momento grafico-stilistico più interessante e riuscito, siamo dalle parti dell'estetica videogame per lo scontro nei cunicoli claustrofobici, la fotografia si accende di blu e rossi stupefacenti, le urla stridule delle creature della notte sono la colonna sonora di un incubo senza fine e schizzato dal sangue, alla fine chi é in cerca di un horror cupo e splatter avrà pane per i suoi denti. Discutibile la citazione, forse involontaria, di "A Serbian Film" che fa capolino in un momento topico, chi ha visto il controverso film serbo non farà fatica a notarla. "Kill List" é fuori controllo, come un rito demoniaco officiato nelle tenebre della notte. Bel film horror compromesso da troppi interludi frammentati e non sempre comprensibili. Al momento inedito in Italia.
Tit.originale:"Kill List"
paese:Inghilterra
Rating:7/10
Jay é fermo al palo da mesi, non lavora e continua a litigare con la moglie Shel, a stemperare la situazione, in brevi momenti, il figlioletto Sam. A casa di Jay ricompare il vecchio collega Gal, erano una bella coppia sino all'incarico di Kiev, ora c'è un nuovo lavoro da compiere, non troppo difficile per loro, si tratta di una lista di persone da uccidere per conto di un misterioso committente...
Film ancora poco conosciuto che ha creato una discreta attenzione per l'insolito connubio tra sensazioni gangster e horror estremo, un buon esempio di cinema europeo duro e tagliente che rimane legato alla tradizione del passato proveniente dall'Inghilterra. La prima mezzora é abbastanza difficoltosa, nel senso che accade poco o nulla, il quadro é quello famigliare di Jay con ripetuti litigi e linguaggio scurrile, che si ripete nel corso del film, sino all'apparire di alcuni segnali inquietanti e bizzarri. "Kill List" é un film che non vuole essere decifrato subito, anche dopo la visione si rimane interdetti, dentro un senso di confusione continuo, uno di quei film incompiuti (impossibile considerarlo un capolavoro) e stranianti. La sensazione che sia sfuggito di mano al regista Ben Weathley é forte, una caratteristica che non significa in questo caso una colpa, semmai un pregio (involontario) e impazzito. Anche cercare di capire su cosa verte veramente "Kill List" é opinabile, si può tentare di assecondare il protagonista ma é impossibile: si scopre presto che Jay, sotto l'apparenza di un normale capo-famiglia, é un folle sanguinario.
Tutti i personaggi sono inquietanti, si pensi alle vittime che ringraziano di essere uccise (!), l'atmosfera é di un immobilismo glaciale e quando arriva il personaggio di Fiona, con quel volto affascinante ma appuntito come una lama, si intuisce qualcosa di sospetto che si traduce nello strano disegno dietro allo specchio del bagno. Jay intanto si mangia i conigli trovati maciullati in giardino dal gatto (?), e altre cose strane di questo tenore. Il montaggio é conciso, a volte le immagini procedono a scatti, mancano delle parti che non vogliono essere raccontate, il "mitico" fattaccio di Kiev, lo strano collega di Jay, Gal, mette in discussione tutto e cambia la piega del film che diventa un gangster-movie ultra-violento, roba da far sembrare il recente "Drive" un film pop (e forse lo é per davvero). Tra Gal e Jay c'è un'amicizia sincera e violenta, la scena della lotta in salotto, sono due killer efferati, dei pazzi incredibili, un rapporto che fa scattare alla mente "La Casa del Diavolo" , anche in quel caso i protagonisti erano dei maniaci, qui però non c'è spazio per i vecchi ricordi (al sangue) come nel film di Zombie ma una fredda serie di omicidi-tortura sempre più estremi.
Teste sfondate con martelli , dita frantumate con la telecamera che non indietreggia nel mostrare le ossa spezzate, corpi maciullati a furia di colpi micidiali, momenti anche brevi ma di un'intensità insolita anche per il genere horror, roba forte. La coppia di killer intanto si immerge in una realtà misteriosa e sinistra, al momento di stipulare il contratto della "kill list" un uomo pretende un tributo di sangue fatto zampillare dalla mano di Jay. Oscurità e interrogativi portano a una ulteriore svolta, la (terza) parte finale di "Kill List" ha fatto scomodare il paragone con il classico "The Wicker Man": per completare la missione l'ambientazione si sposta nel buio di una foresta illuminata dal fuoco di un rito orgiastico pagano, scene dal grande fascino misterico e arcaico. Di recente il sottovalutato "L'ultimo Esorcismo" ha proposto uno scenario simile, con la modalità più frenetica della ripresa in prima persona.
Il finale é anche il momento grafico-stilistico più interessante e riuscito, siamo dalle parti dell'estetica videogame per lo scontro nei cunicoli claustrofobici, la fotografia si accende di blu e rossi stupefacenti, le urla stridule delle creature della notte sono la colonna sonora di un incubo senza fine e schizzato dal sangue, alla fine chi é in cerca di un horror cupo e splatter avrà pane per i suoi denti. Discutibile la citazione, forse involontaria, di "A Serbian Film" che fa capolino in un momento topico, chi ha visto il controverso film serbo non farà fatica a notarla. "Kill List" é fuori controllo, come un rito demoniaco officiato nelle tenebre della notte. Bel film horror compromesso da troppi interludi frammentati e non sempre comprensibili. Al momento inedito in Italia.
Tit.originale:"Kill List"
paese:Inghilterra
Rating:7/10
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