Seven Swords (2005) di Tsui Hark


Tit. originale: Chat gim
Paese: Hong Kong/South Korea/China

Tsui Hark rappresenta da solo una buona fetta(tra regie e produzioni) del cinema di Hong Kong degli ultimi 25 anni, nel 1995 pose una pietra tombale sul genere Wuxiapian con l'incredibile e definitivo "the Blade", ora grazie anche all'interesse(tardivo) del pubblico occidentale, il regista (forse) più talentuoso dell'ex colonia inglese torna con un film ricco di arti marziali e spadaccini eroici.

Cina, 1600. La dinastia Ching sale al potere e ,tramite un editto imperiale, vieta l'uso delle arti marziali per prevenire tumulti e rivolte. Un'orda di militari-guerrieri, capeggiata dal violento Vento di fuoco, mette in pratica il bando imperiale con metodi brutali, compiendo razzie e distruzioni. Un unico villaggio si ribella all'ingiustizia, aiutato da un gruppo di sette valorosi spadaccini.


L'incipt del film è straordinario: un villaggio assediato, guerrieri in armatura nera, sangue, polvere, tecniche micidiali di combattimento; una carrellata-omaggio illustra le armi letali dei classici "Shaw Bros" degli anni 70 in cui primeggiavano scudi con lame retrattili, ghigliottine volanti, spade rotanti, ecc. Basterebbero solo i primi cinque minuti di "Seven Swords", per capire che siamo di fronte a un grande film di arti marziali. La scelta di avere tra i protagonisti Liu Chia Liang non è casuale, egli è stato il più grande martial art director nel periodo d'oro del genere(gli anni 70), il suo è uno stile classico poco incline all'artifizio del wire-work e questo è ben visibile nelle coreografie del film che cura insieme a Stephen Tung Wei e Xiong Xinxin, in cui sono il realismo e l'abilità acrobatica a farla da padrone. Forse è anche per questo che coloro che hanno apprezzato i roboanti e patinati "la tigre e il dragone" e "Hero" si trovano spiazzati. "Seven Swords" attinge, sin dal titolo, a piene mani da "I sette samurai" di A.Kurosawa ma si spinge anche verso inusuali atmosfere dark-fantasy alla "Conan il barbaro", che si traducono nel look aggressivo e inquietante dell'esercito di Vento di Fuoco, e frangenti che rimandano ai western occidentali, composti dai grandi spazi e corse selvagge a cavallo. Il film è attraversato da molteplici pulsioni e simbolismi, si passa dal difficile rapporto tra i protagonisti, in particolare i personaggi di Donnie Yen(Chu Zao Nan) e la ragazza-schiava coreana(Perla verde in italiano) entrambi segnati da un passato violento e un origine comune, all'arte delle spade e alla loro "spiritualità" che si completa con il valore interiore di chi le brandisce. Quello che forse non riesce del tutto a Tsui Hark è il delineare pienamente il carattere dei personaggi protagonisti, alcuni sono solo abbozzati, persi nelle pieghe delle continue vicende che si intersecano, tanto che i migliori risultano, forse, i villains che hanno il ghigno demoniaco di Vento di Fuoco(Honglei Sun)e il temibile sguardo ammagliante di Kualo(Jiajia Chan).
Prima di un finale anche troppo ordinario, aperto a un sequel(in realtà Tsui Hark ha creato una serie-tv ispirata al film), c'è spazio per una resa dei conti spettacolare e mozzafiato con un combattimento, stretto tra un corridoio delle mura del palazzo, che richiama il famoso scontro tra Donnie Yen e Jet Li in "Once upon a time in china II" dello stesso Tsui Hark.

Rating: 8/10

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