L'arcano incantatore (1996) di P. Avati


paese: Italia

Pupi Avati visita il cinema horror saltuariamente con risultati eccellenti, anche "L'arcano incantatore" non fa eccezione: una storia esoterica ambientata nel 700 italiano densa di fascino e mistero.

1750, Bologna. Il seminarista Giacomo Vigetti(Stefano Dionisi) è accusato di uno scandalo sessuale, avere messo incinta e fatto abortire una giovane, e quindi costretto ad abbandonare la città per non incorrere in condanne. Tramite una misteriosa vecchia l'uomo ottiene l'incarico di sostituire l'aiutante di un ex-prete(Carlo Cecchi) confinato in un eremo degli Appennini. Giunto sul luogo Giacomo scopre che l'aiutante è morto in circostanze poco chiare, inoltre circolano strane storie intorno allo studio di pratiche esoteriche che sembrano coinvolgere anche lo spretato che deve accudire, isolato dal mondo ed intento in esperimenti telepatici con entità ultraterrene.

Pupi Avati dimostra ancora una volta con "L'arcano incantatore" di avere uno stile personale, per non dire unico, nel descrivere la paura ancestrale che impregna i luoghi familiari dell'Italia centrale, scelti per ambientare storie inquietanti e oscure come nei bellissimi "La finestra dalle case che ridono"(1976) e "Zeder"(1982), i due celebri horror del passato. "L'arcano incantatore" irrompe nella filmografia del regista dopo una lunga serie di commedie("Storie di ragazzi e ragazze", "Fratelli e sorelle", ecc.) e un thriller di stampo americano "L'amico d'infanzia"(1994), l'autore è comunque già tornato l'anno prima ad atmosfere poco rassicuranti con la produzione del serial-tv "Voci notturne"(1995).

Per creare uno scenario credibile adatto alla vicenda, collocata sull'Appenino tosco-emiliano, la produzione allestisce i set in Umbria nella provincia di Perugia presso Todi e il lago di Corbara, una cornice naturale splendida impreziosita da reali costruzioni d'epoca di cui l'Italia è ricca ma non sempre in grado di valorizzare come in questo caso. Nella rocca in cui il prete scomunicato conduce una vita da misantropo trova spazio una vecchia biblioteca con migliaia di libri, utili per la ricerca di studi occulti. Le scene d'interno sono, comunque, ricostruite con abilità per consentire riprese in altezza e da diverse angolazioni.

L'ambientazione è la più consona per affrontare il mistero della morte e la lotta contro di essa attuata da l'"arcano incantatore", uno studioso ripudiato dalla chiesa che nasconde più di un segreto ma, nonostante tutto, capace di convincere il nuovo aiutante ad assecondarlo nelle sue oscure ricerche. Avati punta tutto sull'atmosfera, per ricreare quei film "di fantasmi" che tanto spavento gli procuravano da bambino, con l'aiuto della fotografia densa e incombente nelle sequenze notturne di Cesare Bastelli, dagli anni 70 collaboratore del regista, e una adeguata colonna sonora firmata da Pino Donaggio. Non vi sono effetti sanguinolenti ma i segni orrorifici e necrofili sono continui(pauroso il cadavere di Nerio, il defunto aiutante) e non mancano le suggestioni provenienti dai film gotici precedenti del regista. I richiami alle credenze e la superstizione del mondo contadino sono rappresentati dalla congrega di donne, anch'esse allontanate dal mondo civile, che vivono nei pressi del lago e che in passato hanno registrato l'inspiegabile scomparsa di due consorelle.

La presenza del maligno diviene incombente nel corso della pellicola, Giacomo trascrive misteriose missive in codice per conto dell'anziano maestro poi iniziano strani fenomeni e rituali che prevedono lievitazioni di bicchieri e salassi di sangue succhiato prontamente da pipistrelli. L'ombra del defunto Nerio inoltre imperversa ancora nella zona, cosi come il mistero intorno alla sorte delle due donne scomparse che, si dice, erano legate alla sua figura. Un giorno Giacomo osserva da lontano il maestro in cortile e scorge per pochi secondi delle donne poco distante da lui, ma quando tenta di capire chi sono scompaiono alla vista(una grande sequenza giocata con il riflesso di uno specchio rotto).

Ottimi i due interpreti principali, Carlo Cecchi("Arrivederci amore, ciao") è l'arcano incantatore, un personaggio che Lovecraft avrebbe amato, un uomo dalla natura ingannevole sprofondato in inquietanti procedimenti esoterici. La sua controparte, il giovane Giacomo, è interpretato da un convincente Stefano Dionisi, bravo a mostrare nello stesso tempo la paura e l'attrazione delle pratiche occulte del suo maestro. Il finale del film regala i maggiori sussulti e inquietanti rivelazioni, ad un certo punto appare evidente(?) la citazione a "Shining"(1980) nella sequenza della porta sfondata, film che può essere richiamato anche nell'apparizione delle due donne scomparse.

"L'arcano incantatore" è un film soprannaturale dalla bellezza ipnotica, denso di dialoghi quasi incomprensibili se non ascoltati con attenzione e con inflessioni dialettali in grado di trasmettere un senso di realismo palpabile. Il male come entità viva e incontrollabile si manifesta insinuante e subdolo, l'uomo è solo un involucro e il mondo un luogo dove spargere morte e corruzione. Beffarda e spaventosa, come si conviene al demonio, l'ultimissima inquadratura sul ciglio di una porta.

Rating: 8/10

Commenti

Alex McNab ha detto…
Un film colpevolmente dimenticato dai soloni della critica.
Bello, molto d'atmosfera, convincente come tutti quelli fatti da Avati nelle sue escursioni orrorifiche.
Al solito, ottima recensione da parte tua :-)
Sciamano ha detto…
confermo, é relativamente recente ma poco visto e ricordato. Io stesso l'ho visto per intero(l'avevo beccato in tv anni addietro per pochi minuti) solo recentemente grazie all'uscita in dvd.
p.s. grazie come sempre dei complimenti!