St. John's Wort - Il fiore della vendetta (2001)


Horror-Jap con estetica da videogame chiuso dentro una casa maledetta.

Nami, una giovane game designer colpita da strani incubi, raggiunge accompagnata dal suo ex fidanzato una vecchia casa ereditata da poco. L'intento dei ragazzi è quello di trovare degli spunti per il videogioco che stanno sviluppando insieme, Nami scopre che i suoi incubi sono collegati alla casa in cui viveva il padre, un bizzarro pittore con un tremendo segreto da nascondere.
Uno dei primi e lucidi horror ipertestuali sulla fascinazione dei videogame mischiata con il filone in presa diretta alla "The Blair Witch Project", "Il fiore della vendetta" sembra davvero il prolungamento live-action di un videogioco giapponese che non manca di registrare inevitabili contro-indicazioni, da ricercare in una noia di fondo che costringe lo spettatore a presenziare a lunghe perlustrazioni di una casa diroccata, del tutto simile a quella vista nel primo "Resident Evil"(Capcom). La scansione dei tempi non è il pezzo forte della pellicola, nonostante duri meno della canonica ora e mezza, i momenti di false attese nella prima parte pesano non poco anche se è apprezzabile la creazione di un'atmosfera decadente e marcia. La realtà riprodotta si confonde su diversi piani paralleli per mezzo di differenti stili di ripresa, spiazza non poco l'avvicinamento iniziale alla casa immersa in una foresta isolata dove la vegetazione assume colorazioni innaturali come in un videoclip, una connotazione che si accentua verso l'allucinata conclusione.

"Il fiore della vendetta" svela lentamente una storia malsana, non del tutto chiara, ancora imprigionata nella vecchia casa che coinvolge la bella Nami, l'attrice Megumi Okina vista anche in "Ju On"(2002), costretta a fare i conti con un passato irrisolto e nebuloso riferito alla figura paterna, un pittore maledetto ormai scomparso che aleggia pestilenziale con le sue inquietanti opere impolverate appese alle pareti. Nami scopre anche grazie a una vecchia foto di avere una sorella gemella, Naomi, ma a complicare le cose è il rinvenimento di un cadavere mummificato in una stanza remota della casa che non sembra, come in un primo momento, abbandonata.

La visione digitale domina in gran parte con riprese in video-camere a mano, che scrutano gli interni della casa come le soggettive dei tipici survival-horror alla "Silent Hill", vi sono inoltre i telefonini e computer portatili dei due ragazzi con i quali vengono aperti dei collegamenti internet, verso altri membri dell'equipe tecnica rimasti in città che, in poco tempo, tracciano una mappa della grossa magione per spuntare i luoghi già esplorati. Un altro rimando alle modalità dei videogame è il ritrovamento di alcune chiavi che permettono di aprire diverse porte chiuse, non mancano anche stanze segrete, in una di queste viene trovata una postazione monitor a circuito chiuso che tiene sotto controllo, tramite telecamere, tutti gli ambienti della casa, un particolare che era sotto inteso in precedenza per diverse inquadrature fisse in bianco e nero che ritraevano i protagonisti.

Per soddisfare appieno era necessaria, forse, una forte componente action a dire il vero del tutto assente a parte un breve inseguimento sulle scale, resta la considerazione che ai tempi risulta il primo vero esponente di un cinema-videogame-in-presa-diretta superato solo di recente dai vari "Rec"(2007) e "Cloverfield"(2008). Non è poca cosa per un'opera che riesce a mantenersi dentro il filone, prettamente tipico dell'horror giapponese, basato sul rancore e il dolore privato capace di scatenare il male sulla terra. Il finale si spinge in una doppia diramazione alternativa, come nei videogame, piuttosto azzardata e singolare che sottolinea, se ce n'era bisogno, l'influenza principe dell'opera prima del regista Shimoyama Ten, conosciuto in seguito meglio dal grande pubblico per il sopravvalutato action-fantasy "Shinobi"(2005). Tutto sommato un piccolo film da riscoprire.

Tit.originale:"Otogiriso"(Giap.)
paese: Giappone
Rating: 7/10

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