La settima vittima (1943)


Inquietante horror anni 40, una produzione della leggendaria RKO.

La giovane Mary vive in un college di provincia e da qualche mese non ha più notizie della sorella Jacqueline, stabilitasi da tempo a New York. Mary decide quindi di recarsi in città per tentare una ricerca ma, giunta sul luogo, scopre che la sorella è vittima di una setta di adoratori del male che vuole eliminarla.

L'horror dei primi anni 40 porta in gran parte il nome di Val Lewton, il celebre produttore è passato alla storia per l'inconfondibile contrasto del bianco e nero delle sue pellicole, pervase da un orrore suggerito, sottile, giocato sulle ombre e le suggestioni. "La Settima Vittima" non è forse famoso come alcuni film prodotti in quegli anni da Val lewton, "Il bacio della pantera" e "Ho camminato con uno zombie", ma non è di certo meno bello, un horror per certi versi sorprendente se non unico. Anche in questo caso la protagonista è una giovane donna immersa in un mondo ostile, rappresentato dalla grande città di New York, in quello che può essere visto come un viaggio iniziatico di un'innocente verso la perdizione, anche se la vera vittima non è Mary (Kim Hunter) ma la sorella finita nella spire del maligno.

"La settima vittima" spiazza perché è davvero un horror stratificato, in cui realtà differenti sembrano convivere per la creazione di quel disegno inquietante e oscuro che gli uomini sono soliti chiamare vita, sin dall'inizio si prova disagio nel sentire le motivazioni che spingono una giovane a lasciare il collegio: andare alla ricerca della sorella, scomparsa da mesi senza lasciare traccia. La pellicola potrebbe essere una disamina sulla società moderna, i grossi centri urbani che soffocano (letteralmente) in silenzio le persone, o ancora, e forse è peggio, parla del terrore di vivere, di sottostare a regole, codici, comportamenti che uccidono l'anima. L'energia negativa di "La settima vittima" è forte e si disegna sul bel volto della perduta Jacqueline, l'attrice Jean Brooks, la ragazza dai capelli neri come la morte.

La storia si svolge in gran parte in ambienti chiusi, i dialoghi sono densi e si infittiscono sempre di più con l'entrata in scena di nuovi personaggi, giungono comunque scene di suspense ormai considerate classiche, come il momento dell'intrusione di Mary e un detective nella profumeria, fermi dalla paura davanti a un corridoio immerso nel buio che conduce a una misteriosa porta. Di seguito Mary deve sostenere un inquietante incontro, nei vagoni della metropolitana, con dei sinistri uomini in tuba. Il regista Mark Robson ("L'isola del vampiro") non poteva esordire meglio, i tempi sono perfetti, le inquadrature hanno il sapore del classico senza tempo, inesorabili nel condurre verso l'orrore che ha il volto di una setta di rispettabili, borghesi, cittadini, in anticipo di circa 25 anni su "Rosemary's baby" (1968). Gli adoratori del male vivono in mezzo a noi, sono come noi, chi tradisce deve morire, è già successo 6 volte prima d'ora, adesso tocca a Jacqueline.

Al fianco di Mary ruotano ambigue e singolari figure maschili: il compagno della sorella, un poeta spiantato, un dottore introdotto nell'ambiente della setta. La ragazza si destreggia nella città e si ritrova al centro di un'altra splendida scena, sotto la doccia, in cui intravede l'ombra incombente di una donna, momento che deve avere ispirato il celebre omicidio di Janet Leigh in "Psyco"(1960). Arriva per Mary l'incontro con la setta e la sorella, la fotografia ammanta di ombre ogni cosa, anche i volti degli affiliati sono inquadrati in un'aurea crepuscolare, nel riflesso distorto e consapevole di chi detiene in mano il gioco del potere, Jacqueline appare in pochi frangenti ma è difficile dimenticare il suo tormento, la ragazza è trascinata in una prigione costruita nelle ombre del cervello, le stesse che la conducono verso un finale traumatizzante, talmente dark da fare male. Splendido.

Tit.originale: "The Seventh Victim"
paese: USA
Rating: 9/10

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