Amer (2009)


Il sorprendente neo-giallo francese sulla misteriosa vita di una donna.

La piccola Ana cresce sola nella vecchia casa di famiglia sotto le cure poco benevoli della madre. Divenuta adolescente comincia ad affrontare le prime attenzioni maschili di cui prova attrazione e ribrezzo, Ana però è sempre più chiusa in se stessa. Alcuni anni più tardi una giovane donna ritorna nella vecchia villa abbandonata: è Ana, forse desiderosa di fare i conti con il passato per risolvere una realtà allucinata e dai risvolti inquietanti.

Per il film francese "Amer" è stato coniato il nuovo termine di "neo-giallo", utile a indicare la totale devozione al cinema giallo-thrilling italiano dei primi anni 70. Forse solo all'estero poteva venire concepita un'opera del genere, dalle nostre parti le "vecchie" pellicole venerate nel resto del mondo vengono viste con sufficienza, al massimo viene ricordato il solito Dario Argento e si dimentica tutto il resto, ossia una serie di imperdibili schegge di cinema puro firmate da gente del calibro di Lucio Fulci ("Una lucertola con la pelle di donna"), Sergio Martino ("La coda dello scorpione"), Umberto Lenzi ("Sette volti per l'assassino"), solo per citare i più noti. "Amer" per essere apprezzato appieno pretende quindi un minimo di conoscenza della materia, altrimenti si può pensare di assistere a un trip psichedelico vintage, una condizione che permette un impressionante tuffo nel cinema di genere del passato, che è anche un salto dentro un'epoca senza tempo, indefinita tra i primi anni 70 e i nostri giorni.

I titoli di testa fanno scorrere un brivido lungo la schiena per l'incedere delle note di Bruno Nicolai tratte da "La coda dello scorpione", immagini in split-screen descrivono l'avvicinamento a una lugubre villa sul mare in stile liberty, paragonabile a quella splendida presente in "Profondo rosso", la prima immagine però è un close-up sull'iride di un occhio, una sorta di leit-motiv ossessivo che si ripete lungo tutta la pellicola, in quella che si può definire una morbosa ricerca del dettaglio ravvicinato, proprio come nei thriller italiani sempre prodighi di insistite inquadrature sui corpi e i loro piccoli particolari. La colonna sonora ripesca quindi le composizioni originali d'epoca ma le inserisce in un nuovo contesto, rimangono inalterati invece il mood, l'atmosfera perduta e densa di nostalgia, in altri punti chiave si possono ascoltare le splendide composizioni di Ennio Morricone ("Un uomo si è dimesso"), Stelvio Cipriani ("La polizia chiede aiuto", "La polizia ha le mani legate", "La polizia sta a guardare"), mentre da un'auto-radio con grande effetto giunge la voce di Adriano Celentano intento in "Furore".

Il prologo denota subito la padronanza di regia della giovane coppia formata dal francese Bruno Forzani e la belga Helene Cattet, qui all'esordio dopo una serie di corti, si tratta delle prime traumatiche esperienze della piccola Ana dentro la vecchia villa, un vero santuario dell'orrore, tra porte che si chiudono a chiave e occhi che osservano dal buco della serratura. Il viaggio della protagonista è un delirio di eros e thanatos distillato da visionari squarci in omaggio al Mario Bava de "I tre volti della paura", il cadavere del nonno nella camera ardente, e "Suspiria" di Argento, i sospiri inquietanti e le parole sussurrate e incomprensibili al di là delle pareti, sino a giungere a momenti carichi di tensione come nei migliori jap-horror quando la piccola Ana si ritrova imprigonata in una stanza. Gli interrogativi su Ana iniziano a farsi strada, la realtà si mischia con l'allucinazione, compaiono nere figure indistinte, attacchi improvvisi portati per uccidere, fughe di corsa sulle scale e un fatto traumatico dal quale, forse, la piccola non si è più ripresa: l'accoppiamento della madre(Bianca Maria D'Amato) con un uomo, scena straordinaria segnata da un uso della fotografia denso e caldo, degno di un thriller italiano doc, e un montaggio frammentato come il riflesso di uno specchio scheggiato.

Non vi sono chiari riferimenti temporali, l'epoca si può identificare solo dagli automezzi(si intravedono però anche delle banconote in euro), di fabbricazione a cavallo degli anni 70 e 80, quando Ana mostra la sua acerba adolescenza a un gruppo di motociclisti si può presumere essere verso la fine dei 70's, in questa occasione viene a galla la confusione sessuale della protagonista, tutti gli uomini le appaiono come dei maniaci pronti a saltarle addosso, la ragazza è spesso muta e la condizione si ripercuote nel corso della pellicola, priva di dialoghi per buona parte della durata. Il montaggio e alcune inquadrature tendono a volte a essere troppo sperimentali, questa attitudine però serve a valorizzare la scena nel taxi, con l'adulta Ana (Marie Bos) in viaggio verso la vecchia villa, un morboso momento di desiderio bagnato di sesso e tensione tra la ragazza e l'inquietante conduttore, tutto giocato sull'ambiguità, gli sguardi e l'accelerazione del mezzo vista come la modulazione di un amplesso sessuale.

Grandissima l'ultima parte ambientata nella villa sul mare, si trova a Mentone in un luogo caro all'infanzia del regista Bruno Forzani, in cui le atmosfere thrilling esplodono in tutta la follia e con trovate a dir poco geniali, il suono prodotto dalla vibrazione di un pettine, mentre le scenografie opprimenti della struttura avvolgono la protagonista nella tenebra, la dimensione che aleggia sul finale, intramezzato da uno dei migliori omicidi scanditi da una lama di rasoio mai realizzati, nel prolungato stato di assedio in balia di un assassino dalle mani inguantate. Le citazioni a "Tenebre"(1982) e "I corpi presentano tracce di violenza carnale" (1972)intanto si fondono alla perfezione in un climax di paura e bellezza estetica per un film di nicchia, quasi unico, difficilmente ripetibile, anche se in Francia qualcuno ci riprova(in arrivo "Il gatto dal viso d'uomo") capace di evocare sensazioni ormai dimenticate, ma dall'eterna carica di fascino ipnotico. Bellissimo.

Tit.originale:"Amer"
paese: Francia
Rating:9/10

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