Andromeda (1971)


Da un racconto di Crichton la paura di un virus mortale proveniente dallo spazio.

Nei pressi della piccola cittadina di Piedmont (Utah) è caduto un satellite militare, per il recupero è incaricata una squadra di tecnici che arrivati sul posto trovano un paesaggio di morte e desolazione. Qualcosa, insieme al satellite, è giunta dallo spazio, una forza invisibile e letale che un'equipe di scienziati tenta di studiare all'interno di un laboratorio segreto, nel deserto del New Mexico, una lotta contro il tempo visto che il misterioso virus spaziale è in grado di moltiplicare le sue cellule e diffondersi inarrestabile.

Gli scenari di morte, legati alla contaminazione batteriologica, cominciano a comparire con una certa frequenza nel cinema fantastico solo a partire dagli anni 70, di pari passo con l'avvento di tecnologie sempre più sofisticate, di difficile controllo e indirizzate a ricerche discutibili, spesso a carattere militare, capaci di generare nuovi pericoli sconosciuti all'uomo. "Andromeda" racchiude bene queste caratteristiche in una vicenda che oggi può passare come poco spettacolare, in realtà siamo di fronte a un'opera di fantascienza lungimirante, rigorosa come la regia di Robert Wise ("West Side Story") che dopo "Ultimatum alla terra" firma un altro classico del genere. Che la minaccia provenga in questo caso dallo spazio attenua solo in minima parte l'inquietudine di fondo, al contrario non si può fare a meno di provare una vivida angoscia nel vedere come l'incubo tecnologico rappresentato è davvero vicino alla vita di tutti i giorni, ancora di più ora che sono passati ben 40 anni dall'uscita del profetico film.

"Andromeda", merito anche del romanzo da cui è tratto scritto dal grande Michael Crichton, ha un tono realistico, anzi scientifico-empirico, situazione che non sempre si verifica in un film di "fantascienza", un contesto in cui i protagonisti sono tutti degli scienziati, una figura spesso carica di sfumature negative, anche qui non del tutto eliminate. Il prologo ai tempi doveva sembrare uno shock, ora siamo abituati a vedere nei telegiornali i civili paralizzati dai gas nervini (per es. i curdi sterminati dalle truppe di Saddam), il rinvenimento dei cadaveri degli abitanti di Piedmont ha però ancora un fascino macabro, ripresi in split-screen, congelati sul posto delle loro faccende quotidiane sconvolte da un evento inspiegabile, anche agli occhi di due scienziati in perlustrazione, coperti da tute ignifughe con scafandro come in una missione spaziale. La pellicola prende quasi da subito un incedere marziale-militare, con comandi e messaggi top-secret su telescriventi inquadrati in primo piano, mentre la presentazione dei protagonisti si avvicenda con la sequenza, divenuta un classico, del prelevamento forzato a domicilio e coperto da segreto militare e l'abbandono repentino dei famigliari. Il recupero del satellite coincide con un cambio radicale di scenografie e atmosfere, "Andromeda" è in gran parte ambientato in un laboratorio, interrato nel deserto del New mexico, predisposto su diversi livelli circolari per la ricerca militare e in caso di emergenze batteriologiche.

Il satellite contaminato viene isolato nei piani più remoti, per raggiungerlo i protagonisti sono sottoposti a una profilassi estenuante di esami medici, attraverso apparecchiature automatiche, scanner e test di ogni tipo, sono sequenze lunghe che, se possibile, trasmettono la conclamata fragilità umana ormai dominata dalle macchine e gravata dal peso dell'ignoto, rappresentato da un'intrusione aliena. La mappa del laboratorio viene elaborata in computer grafica, è bene ricordare che siamo nel 1971(!), e fa una certa impressione notare la somiglianza con quella (ri)proposta nel primo "Resident Evil" (2002) per configurare l'"Alveare" di Raccoon City. Per comprendere appieno, infatti, la saga zombie ideata da Paul W.S. Anderson non c'è niente di meglio del film di Robert Wise che viene preso come modello di riferimento, talmente evidente al punto da considerarlo un prequel (non ufficiale, ovvio) di "Resident Evil", la paura tecnologica viene mutuata in ogni capitolo, anche se non si può fare a meno di segnalare il plateale omaggio in "Resident Evil Extinction" (2007), dove una stazione meteorologica nel deserto nasconde nel sottosuolo un laboratorio segreto e in superficie si muovono uomini in tute bianche ignifughe(!).

Il frammento che ha trasportato il virus viene localizzato in un'impercettibile incrinatura del satellite, altra sequenza d'impatto tramite ingrandimenti ravvicinati, mentre gli scienziati non si fanno alcuno scrupolo nel sacrificare diverse cavie a contatto con il virus, desta perplessità in particolare l'utilizzo di una povera scimmietta che viene legata/stretta con modalità che dire brutali è poco ma nei credits viene evidenziata la scritta sull'incolumità degli animali (i dubbi restano). Il freddo, asettico laboratorio imprigiona tutti i personaggi che possono tentare di trovare l'antidoto al virus analizzando gli unici due sopravvissuti del villaggio, un vecchio e un neonato, collegati dagli intervalli irregolari di acidità nel sangue. A risaltare è il personaggio di James Olson, il dr. Mark Hall, a cui viene affidata la chiave per neutralizzare il dispositivo di auto-distruzione del laboratorio, in caso di contaminazione, per una ragione curiosa chiamata "teoria Robertson dell'uomo dispari": a un uomo maschio non sposato sono demandate le decisioni circa l'uso degli ordigni auto-distruttivi termo-nucleari. Come è facile immaginare il contenimento del virus diventa sempre più drammatico, saltano le guarnizioni di collegamento, e il nefasto evento si verifica per un emozionante conto alla rovescia, almeno 8 anni prima del finale del primo "Alien" (1979), scandito da una voce femminile programmata, emanazione del computer centrale del laboratorio, che solo la chiave del dr. Hall può arrestare. Un film fondamentale.

Tit.originale: "The Andromeda Strain"
paese: USA
Rating: 9/10

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