Ehi amico...c'è Sabata, hai chiuso! (1969)

Lee Van Cleef protagonista nel western diretto da Parolini.

Il pistolero Sabata sgomina una banda di rapinatori in fuga con 100.000 $. Dietro al piano criminale vi sono degli insospettabili mandanti che Sabata, aiutato da due strani compari, ricatta per denaro. In paese si aggira anche il misterioso Banjo, un vagabondo che sembra conoscere da vicino Sabata....

Grande western italiano con Lee van Cleef, reduce dai successi di "Per qualche dollaro in più" e "Il buono, il brutto, il cattivo" di Leone, in piena forma nel ruolo di Sabata ancora una volta nero-vestito e infallibile con una pistola in mano. Il film è diretto da Parolini, dopo i buoni riscontri di "Se incontri Sartana prega per la tua morte" (1968), che ha sempre avuto un'attitudine ironica e piena di trovate divertenti che si possono notare anche in questa pellicola: i protagonisti usano armi fantasiose, in particolare Sabata dispone di un fucile allungabile e una pistola che nasconde nel calcio una canna di riserva pronta a colpire. L'avversario principale di Sabata, Stengel, è un nobile malvagio con un bastone intarsiato a forma di serpente che cela nella bocca un lancia dardi. Sergio Leone stesso definiva questi trucchi delle "parolinate". La vena istrionica di Parolini è da attribuire in parte alla collaborazione dell'amico sceneggiatore Renato Izzo, i due fanno coppia fissa in altre svariate occasioni.

"Ehi amico...c'è Sabata, hai chiuso!" è un film ricco, una grossa produzione, con grandi set e ambientazioni che la regia di Parolini valorizza con buona tecnica (il carrello che riprende l'arrivo di Sabàta in chiesa) e senso dell'azione, le sparatorie sono numerose e disseminate con sapienza, violente e (iper)realistiche. L'influenza di Leone appare evidente, il personaggio di Van Cleef sembra uscito da un suo film, la violenza ha sempre un retrogusto divertente e i morti ammazzati si ammucchiano senza scomporre troppo i protagonisti che hanno tutti un doppio fine. Il Carrincha di Ignazio Spalla invece ricorda il Cuchillo di Tomas Milian, più corpulento e meno d'azione ma anch'egli nasconde un coltello dietro la nuca, è la buffa spalla non richiesta di Sabàta che se lo porta appresso lungo tutta la storia. A completare la strana società un indiano muto che vive sui tetti, chiamato Gatto Mammone (!), dalle incredibili doti atletiche, nel ruolo compare Aldo Canti che, narrano le cronache,  nella vita reale ha sfruttato queste abilità per compiere veri furti in appartamenti sino a ritrovarsi con un colpo di pistola in corpo che lo ha freddato nei primi anni 90.

Tra le scene più incredibili quella in cui Sabata, immobile, finge di essere il soggetto di un quadro alla parete per sorprendere gli avversari, giunti nella stanza con l'intenzione di eliminarlo: grandissima trovata degna di un cartone animato. Ma i dettagli bizzarri non finiscono qui, si intravede anche una sorta di proto-juke boxe meccanico, situato nel saloon che, con l'inserimento di una moneta, innesca un pianoforte automatico. Verso Sabàta vengono lanciati alcuni pittoreschi killers, sin dai primi minuti compare il volto noto di Willian Berger ("Faccia a Faccia"), sembra un hippy, con l'inseparabile banjo da cui prende il nome e accompagnato dal suono di sonagli in metallo che agghindano i pantaloni. All'interno dello strumento, ai tempi magari poteva ancora sorprendere il pubblico, si cela un micidiale fucile che viene sfoderato in una delle più belle sequenze in mezzo alla via principale del paese.

Il villain della pellicola è lo Stengel del grande Franco Ressel ("E continuavano a chiamarlo Trinità"), non avrebbe sfigurato in un horror, anche per la stanza gotica ornata di armature che sfrutta come poligono di tiro e per attirare le vittime da eliminare, emana cattiveria con fierezza e non esita a citare più volte il suo libro preferito intitolato "L'ineguaglianza è la base della società". Nel cast anche il mitico Luciano Pigozzi nel ruolo di un prete, la bella sequenza nella chiesa, mentre Linda Veras è una fascinosa prostituta del saloon invaghita di Banjo. Il finale è un fantastico assalto notturno, denso di sparatorie ed esplosioni, a una fazenda presidiata che può ricordare alcuni gunfights del classico "I Professionisti" (1966). Molto bella la scoppiettante colonna sonora di Marcello Giombini, cantata in italiano a riprendere il titolo per intero. Il film ha avuto due sequel: "Indio Black, sai che ti dico: sei un gran figlio di.." (1970) con Yul Brinner al posto di Van Cleef, e "E' tornato Sabata...hai chiuso un'altra volta" (1971), entrambi meno apprezzati e fortunati. Diciamolo pure: un film strepitoso.

paese:Italia
Rating:8/10


Commenti