Milano Rovente (1973)

Il primo poliziesco di Umberto Lenzi.

Paese:Italia


Milano, Salvatore Cangemi gestisce un'azienda ortofrutticola che funge da copertura a un illegale traffico di prostitute. Un sanguinoso avvertimento sconvolge la vita di Salvatore che vede l'arrivo sulla scena di una gang guidata da un francese, desideroso di avviare in città lo smercio di eroina. Salvatore e i suoi uomini iniziano una vera guerra con la gang rivale, una situazione pericolosa che può essere risolta con l'arrivo di un boss della Sicilia....

Il regista Umbero Lenzi debutta nel genere che in seguito lo vedrà primeggiare con titoli famosi, alcuni considerati dei classici come "Milano Odia la polizia non può sparare" e "Roma a mano armata", lo stile è già di ruspante violenza e durezza. Si tende sempre a precisare a ragion veduta di quanto Milano Rovente sia debitore dei polizieschi di Fernando Di Leo, ai tempi reduce da una trilogia straordinaria composta da Milano Calibro 9, La Mala Ordina e Il Boss, questo però non deve sminuire più di tanto il bel film di Lenzi che ha sempre un gran mordente e pesta giù duro in tutti i sensi. Il regista si sposta nell'emergente filone definito ai tempi in tono dispregiativo "poliziottesco", dopo avere frequentato la fase giallo-thriller del nostro cinema con titoli importanti come Spasmo o Sette orchidee macchiate di rosso, senza dimenticare gli avventurosi girati negli anni 60.


Milano definita più volte nella pellicola come una "piccola Chicago" trasuda il suo fascino più corrotto e violento, nei titoli di testa la città è visitata tramite le postazioni delle prostitute in strada, colpisce quella con la ragazza in posa da modella mentre alle sue spalle viene costruito lo scheletro della struttura avveniristica del palazzetto dello sport, in seguito crollato nella fatidica nevicata del 1985. Come già rimarcato, più che in altre pellicole, la presenza fisica della città e dei suoi mutamenti si avverte di più nei polizieschi italiani, spesso ambientati in strada, o in locali storici, non fa eccezione Milano Rovente dove si possono riconoscere la vecchia palestra Skorpion di Corso Vittorio Emanuele (quando non era ancora isola pedonale, idem per piazza Duomo), la scena iniziale del delitto in piscina, o il "mitico" locale della malavita di Via Santa Tecla frequentato dai protagonisti del film.

Molto buona la prova degli attori con un Antonio Sabato giovane e in gran forma nella parte del boss rampante siciliano Cangemi, sicuro di sé, sbruffone, arrogante ma capace di rendersi simpatico, uno con un certo pelo sullo stomaco visto la pericolosa attività di criminale-magnaccia. Molto divertente il contorno di brutti ceffi, alcuni prossimi a un quoziente intellettivo pari a zero, tra i quali spicca il braccio destro Caruso di Antonio Casagrande al quale spettano diversi significativi e trucidi momenti nel corso della vicenda. Il rivale francese è interpretato da Philippe Leroy, reduce dal set di Di Leo in MIlano Calibro 9, il boss detto Le capitaine, infingardo al punto giusto e protagonista di una delle scene più sorprendenti del film. Con Sabato, il regista si porta dal precedente Sette Orchidee macchiate di rosso anche la bella Marisa Mell, passata alla storia per essere la Eva Kant del Diabolik di Bava, una ragazza che intuiamo subito essere una squillo d'alto bordo che diviene la donna di Cangemi, da lei apostrofato più volte con un esilarante "terrone". A tal proposito non si può fare a meno di notare come tutte le donne presenti, e non sono poche, siano tutte delle prostitute, per lo più mal trattate e umiliate.

Compaiono diverse scene considerate forti anche a più di 40 anni di distanza, la scena più tosta è quella della tortura ai genitali di un uomo nel corso di un interrogatorio con la vittima nuda legata a una sedia, vi sono anche pestaggi e violenze sulle donne che non vanno troppo per il sottile. Dal punto di vista cinematografico è molto bella l'esecuzione per soffocamento di un traditore nei bagni di un ristorante, mentre nella sala c'è l'allegria di un canto tipico di paese. Ma è tutta la pellicola pervasa da una negatività di fondo che ha nel tradimento delle parti uno sfogo quasi naturale e ineluttabile, una pulsione che scatena regolamenti di conti e spargimenti di sangue dettati sempre con grande bravura dalla mano di Lenzi. Indicativo e più esplicito il titolo internazionale del film: War Gang in Milan.

Rating:7/10


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