Black Laden Crown - Danzig - recensione

Ho letto diverse recensioni in rete del nuovo disco dei Danzig (per quelli che non se ne sono accorti il blog prende il nome dal titolo di una loro canzone), e devo dire un po' a sorpresa che sono tutto sommato magnanime. Black Laden Crown è il decimo disco in studio per il gruppo di Glenn Danzig, di acqua ne è passata sotto i ponti con tutte le conseguenze del caso, a partire dal fatto che siamo tutti più vecchi compreso Glenn che ha raggiunto i 62 anni. In tutte le recensioni di cui sopra ho notato almeno due cose, da cui forse non si può scappare: i soliti accenni al passato di Glenn nei Misfits e Samhain che lo accompagneranno sino alla tomba e il riferimento ai primi album dei Danzig, considerati il top irraggiungibile della band. Tutto vero ci mancherebbe, i primi 4 dischi dei Danzig, per chi scrive, sono la pietra filosofale da 30 e passa anni, continuare però a sottolineare e rivangare il glorioso passato distorce il giudizio sul presente, tende a sminuire il percorso dell'artista e porta a una pigrizia intellettuale. Una situazione che vale per tutti i grandi gruppi, non solo per i Danzig, del resto ripetersi sugli stessi alti livelli (che di solito corrispondono agli esordi) è un esercizio impossibile per chiunque. Detto questo Black laden Crown non è un album imprescindibile, la stragrande maggioranza nemmeno saprà mai della sua esistenza ma, per chi ama i Danzig, nasconde alcuni passaggi notevoli e riporta a preziose sonorità essenziali e dark nella migliore tradizione della band. Dopo la raccolta cover Skeletons dell'anno scorso, Glenn ci porta 9 nuove canzoni inedite da assaporare, non accadeva dal 2010 con Deth Red Sabaoth. Black Laden Crown dura circa 46 min. e scende giù come una bibita fresca, è un pregio, si inizia con la title-track, sorta di litania oscura ossessiva che si chiude con un'accelerazione metallica, buon pezzo introduttivo, la voce di Glenn è a posto. Eyes Ripping Fire mantiene un incedere sostenuto, ha un bel tiro, manca forse l'anthem killer che sembra arrivare con la terza Devil  on hwy 9, con Tommy Victor alle chitarre che macina riff oscuri degni di una scorribanda notturna in macchina, peccato per la voce di Glenn, qui davvero  non all'altezza e preoccupante, sfiatato e afono per i suoi standard. Per fortuna è l'unico caso nel disco che ho riscontrato, certo lascia perplessi la scelta di avere usato questo pezzo come primo singolo, mah! Ad aggiustare tutto ci pensa Last Ride, un piccolo capolavoro, pensate a una sorta di incontro tra John Carpenter (in veste da compositore però) e Danzig in una jam session, questa frase la rubo da un commento di youtube perché è troppo azzeccata, una canzone da brividi western-horror, con finger snapping e cori da paura oserei dire quasi sixties psichedelici. Con la seguente The Witching Hour si è travolti ancora dalla voce calda di Glenn con echi pazzeschi di Jim Morrison, se conoscete Danzig sapete da sempre che lui, Jim Morrison ed Elvis fanno parte di una sorta di club delle divinità vocali d'America, per una ballata notturna e spettrale fantastica impreziosita da uno dei tanti assoli di Tommy Victor. In But Nightmare i Danzig pagano tributo ai Black Sabbath e finiscono con gli Slayer in un finale in cui "piove sangue". Che pezzo. Skulls & Daisies è un'altra ballata blues alla Danzig, molto originale e misterica, il testo sembra più curioso del solito, a riguardo segnalo la delusione nel non trovare, per la prima volta mi sembra, i testi inseriti all'interno del cd. Blackness Falls sembra una outtake di Satan's Child, non male ma già sentita, anche nelle parti vocali. Pull The Sun si può considerare il secondo capolavoro della track-list, il pezzo finale, e che finale. Una ballatona epica alla Danzig, con la voce di Glenn che impregna l'atmosfera in tonalità viscerali concesse a lui e a pochissimi altri come Mark Lanegan a cui sembra tendere Glenn per la prima volta, sono quelle canzoni che riescono raramente agli stessi Danzig, definitive e da fine del mondo, dopo questa tutto può crollare.
Critiche unanimi al mixaggio/produzione a mio avviso eccessive, il sound crudo e lo-fi mi pare voluto, senza troppe manipolazioni, poi dopo ti tocca sentire le battutine "sembra registrato con un iphone", si vabbé dai. Copertina disegnata da Simon Bisley, al primo impatto grossolana in seguito mi sono fatto l'occhio, non è male. Insomma per i fan si tratta di un bel disco vero, così a caldo mi sembra migliore anche di Deth Red Sabaoth, certo non mi sento di consigliarlo a tutti o a chi non conosce i Danzig.

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