Il mio nome è Shangai Joe (1973)

Il western-kung fu di Mario Caiano.

Paese:Italia

L'immigrato cinese Shangai Joe giunge in America in cerca di fortuna, si scontra invece con una realtà violenta fatta di ingiustizie e sfruttamento. Preso di mira per la sua etnia, il ragazzo decide di ribellarsi ai voleri di un ricco possidente che traffica in esseri umani sul confine del Messico, Shangai Joe diviene un problema al punto da essere ricercato dai più pericolosi killer della zona...

Il regista Mario Caiano ha vissuto le pagine gloriose del cinema popolare italiano passando dagli esordi nel peplum-mitologico degli anni 60, ai primi spaghetti-western, agli horror gotici, sino ai gialli e polizieschi degli anni 70. Per il regista morto a 82 anni nel 2015 Il mio nome è Shangai Joe rischia di essere il suo film più ricordato, se non il migliore, per essere il primo (?) western-kung fu della storia, una delle varianti più bizzarre e divertenti dell'allora declinante western all'italiana, il più grande e prolifico genere cinematografico del nostro paese è bene ricordare. Se si considerano i tempi il film non è affatto goffo come può apparire oggi, meglio usare il termine pionieristico, anzi nel suo sotto-filone è riuscito e valido nel mescolare due generi (solo) all'apparenza così distanti.

Il discorso non cancella diverse ingenuità e carenze produttive, come allora a deludere è il protagonista interpretato da Chen Lee, attore dall'aspetto anonimo e scarsa personalità che si riflettono in una carriera modesta ridotta a soli 4 titoli, di cui 3 sono italiani, si dice fosse un cameriere cinese a Roma scelto dal regista per via di una somiglianza con Dustin Hoffman (!). Chen Lee è doppiato da Ferruccio Amendola ma non basta a conferirgli un'autorità adeguata, il meglio della pellicola risiede nelle bizzarrie delle situazioni in cui viene coinvolto, risolte con improbabili colpi di kung fu, ma a ben vedere quello chiamato in causa è il più sbrigativo karate. Le acrobazie di Chen Lee sono sottolineate da urli ridicoli, invero fuori luogo, spesso le evoluzioni dell'attore sono riprese al ralenti e con un montaggio definibile "avventuroso" per una resa action quasi da cartoon/fumetto, divertente ma anche per questo non realistica.

Il film resta godibile per tutta la sua durata, si immerge nel pesante tema del razzismo e sfruttamento con semplicità ma efficacia e appare come una versione weird del classico "Il cavaliere della valle solitaria" con un eroe orientale chiamato a portare l'ordine nel caos, salvo poi virare nel finale nel kung fu movie puro, grazie anche a un flash-back degno degli Shaw Brothers, detto senza troppa ironia. Il mio nome è Shangai Joe si può fregiare di essere uno dei più violenti western italiani per alcune situazioni estreme e sanguinarie, tuttavia il tono irreale della pellicola depotenzia i dettagli in questione, almeno se giudicati oggi, ma all'epoca vedere occhi cavati dalle orbite, chiara citazione al campione d'incassi del periodo "Cinque dita di violenza", scalpi sanguinanti e arti tranciati non era cosa di tutti i giorni.

Le belle musiche sono di Bruno Nicolai che ricicla il tema di Buon funerale amigos..paga Sartana, impossibile non notarlo visto che sono sparate in lungo e in largo per tutto il film, altro motivo d'attrazione sono gli stravaganti avversari di tutto rispetto che Shangai Joe si trova ad affrontare: il cannibale di Robert Hundar, il becchino di Gordon Mitchell, il dandy di Giacomo Rossi Stuart e, sopratutto, il sadico killer armato di coltelli e collezionista di scalpi interpretato da un pazzoide Klaus Kinski, peccato che la sua sia solo una breve comparsa. L'eroe Shangai Joe trova il tempo di una relazione sentimentale con la bella messicana di Carla Romanelli. Il duello finale ricalca i film di arti marziali del periodo, resta in tutto e per tutto un Western italiano, talmente denso di elementi curiosi e singolari che è quasi impossibile non amarlo.

Rating:7/10

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